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Insufficienza cardiaca: sintomi e differenza dallo scompenso

Rampa di scale vista dal basso, gradini in salita verso la luce
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C'è una parola che i pazienti sentono pronunciare in ambulatorio e che li spaventa più di quanto dovrebbe: insufficienza cardiaca. Suona come una condanna, come un cuore che sta per fermarsi. In realtà descrive tutt'altro, un cuore che continua a battere, ogni giorno, ma che non riesce più a farlo con la stessa efficienza di prima.

Se sei arrivato qui dopo aver letto una diagnosi su un referto, o dopo aver sentito il termine da un familiare, la prima cosa da chiarire è che l'insufficienza cardiaca non è un evento improvviso. È una condizione cronica, che si sviluppa lentamente e che oggi si tratta con una precisione impensabile vent'anni fa. La seconda cosa da chiarire riguarda una confusione linguistica che genera ansia inutile: la differenza, spesso solo apparente, tra insufficienza cardiaca e scompenso cardiaco.

Insufficienza cardiaca e scompenso cardiaco: è la stessa cosa?

Nella pratica clinica italiana i due termini vengono usati quasi sempre come sinonimi, e in effetti indicano la stessa condizione di fondo: il cuore non riesce a pompare abbastanza sangue per soddisfare le richieste dell'organismo, oppure ci riesce solo a costo di pressioni interne elevate. Le linee guida della Società Europea di Cardiologia usano un solo termine, heart failure, e da lì derivano entrambe le traduzioni italiane.

La sfumatura, quando c'è, è di prospettiva. Insufficienza cardiaca descrive la condizione strutturale e funzionale, il cuore che ha perso capacità di pompa o di riempimento. Scompenso cardiaco descrive il momento in cui quella condizione smette di essere silenziosa e produce sintomi: il fiato che manca, le caviglie che si gonfiano, il peso che aumenta di due chili in tre giorni. Ai segnali di quel momento, e a come riconoscerli in tempo, abbiamo dedicato un articolo a parte sui sintomi dello scompenso cardiaco.

Un'immagine che uso spesso con i pazienti è quella di un'azienda che perde progressivamente margine. Finché riesce a coprire i costi con qualche aggiustamento interno resta insufficiente ma in equilibrio, ed è quello che i cardiologi chiamano compenso. Quando gli aggiustamenti non bastano più, l'azienda va in perdita visibile: si è scompensata. Il cuore fa esattamente la stessa cosa, e i meccanismi di aggiustamento hanno un nome preciso, si chiamano compensi neuro-ormonali.

Questo spiega perché una persona possa vivere per anni con un'insufficienza cardiaca nota, senza mai avere un episodio di scompenso conclamato, e perché un'altra arrivi in pronto soccorso con un edema polmonare acuto senza sapere di avere il cuore malato. La malattia era la stessa. Cambiava soltanto la tenuta dei compensi.

La conseguenza pratica è importante e vale la pena metterla in chiaro: quando su un referto leggi "insufficienza cardiaca a funzione sistolica conservata" non stai leggendo una diagnosi peggiore o migliore di "scompenso cardiaco cronico". Stai leggendo lo stesso problema descritto con lessici diversi. Chiedere chiarimenti al cardiologo che ha firmato il referto non è pignoleria, è il modo corretto di orientarsi.

Come fa un cuore a diventare insufficiente

Il cuore è una pompa muscolare che lavora con due movimenti complementari. Si contrae per spingere il sangue nelle arterie, ed è la sistole. Si rilassa per lasciarsi riempire dal sangue che torna, ed è la diastole. Perché il sistema funzioni servono entrambe le fasi, e questo è il punto che quasi nessuno spiega ai pazienti.

Immagina una pompa da bicicletta. Può guastarsi in due modi: perché il pistone spinge poco, oppure perché il corpo della pompa è diventato rigido e non si riempie più d'aria. In entrambi i casi la ruota resta sgonfia, ma il pezzo rotto è diverso e diverso sarà anche l'intervento sul meccanismo. Nel cuore accade la stessa cosa, e da qui nasce la distinzione tra insufficienza cardiaca sistolica e insufficienza cardiaca diastolica.

Il parametro che consente di separarle si chiama frazione di eiezione, la percentuale di sangue che il ventricolo sinistro espelle a ogni battito rispetto a quello che conteneva. Un valore normale sta sopra il 50 per cento, e va detto subito che un cuore sano non svuota mai completamente la sua camera: espellerne poco più della metà è fisiologico, non un difetto.

Quando la frazione di eiezione scende sotto il 40 per cento parliamo di insufficienza cardiaca a frazione di eiezione ridotta, il quadro classicamente sistolico. Quando invece resta sopra il 50 per cento ma il paziente ha comunque sintomi e segni congestizi, parliamo di insufficienza cardiaca a frazione di eiezione preservata, la cosiddetta FE preservata, in cui il problema è il riempimento. Esiste anche una fascia intermedia, tra il 41 e il 49 per cento, definita a frazione di eiezione lievemente ridotta.

Le cause, a monte, sono in gran parte le stesse che il cardiologo cerca in ogni valutazione specialistica: un infarto pregresso che ha lasciato una cicatrice, una cardiomiopatia cioè una malattia primitiva del muscolo cardiaco, un'ipertensione arteriosa trascurata per anni, una valvola che perde (insufficienza) ad es forme evolute di prolasso della valvola mitrale, o che si è ristretta (stenosi) ad es stenosi aortica, patologie sistemiche come un diabete di lunga durata o un'aritmia persistente come la fibrillazione atriale.

Sistolica o diastolica: due modi diversi di non farcela

La distinzione non è accademica. Cambia il profilo del paziente tipico, cambiano gli esami che pesano di più, cambia soprattutto la terapia, perché i farmaci che hanno dimostrato di prolungare la vita nella forma sistolica non hanno lo stesso effetto in quella diastolica.

Aspetto Insufficienza sistolica (FE ridotta) Insufficienza diastolica (FE preservata)
Meccanismo Il ventricolo si contrae poco Il ventricolo è rigido e si riempie male
Frazione di eiezione Sotto il 40% Sopra il 50%
Aspetto del ventricolo Dilatato, pareti spesso assottigliate Normale o piccolo, pareti ispessite
Cause più frequenti Infarto, cardiomiopatia dilatativa, miocardite Ipertensione, età avanzata, diabete, obesità
Paziente tipico Uomo, dopo un evento coronarico Donna, oltre i 70 anni, iperteso
Esame che orienta Ecocardiogramma con FE ridotta Ecocardiogramma con pattern diastolico alterato
Ruolo del NT-proBNP Tipicamente molto elevato Elevato, ma con valori spesso più contenuti
Terapia con effetto sulla sopravvivenza Ampiamente dimostrata Più limitata, ma in evoluzione
Obiettivo principale del trattamento Rimodellare il ventricolo e proteggerlo Controllare pressione, volumi e patologie associate

Nella forma a FE preservata il cuore, paradossalmente, sembra funzionare bene. È qui che si annida l'errore più comune, sia dei pazienti sia di chi legge un referto senza contesto: una frazione di eiezione del 60 per cento viene interpretata come un via libera, mentre il sintomo che ha portato il paziente in ambulatorio resta lì, immutato, e chiede una spiegazione.

I sintomi dell'insufficienza cardiaca, come si presentano davvero

Nella maggior parte dei casi non arriva un dolore. Arriva una fatica. La respirazione che diventa faticosa mentre sali le scale che salivi da trent'anni, il cuscino in più sotto la testa perché da sdraiato ti manca il fiato, il risveglio notturno con la sensazione di dover aprire la finestra.

Il fiato corto, tecnicamente chiamato dispnea, è il sintomo cardine, e ha una caratteristica che lo distingue da quello di origine polmonare: peggiora quando ti sdrai, perché in posizione orizzontale il sangue che ristagna nelle gambe torna al cuore tutto insieme e i polmoni si congestionano. Se ti accorgi di dormire semiseduto senza averlo mai deciso, quel dettaglio vale più di molte descrizioni.

Il secondo segnale è la ritenzione di liquidi, che compare per gravità dove il sangue fatica di più a risalire. Le caviglie si gonfiano nel pomeriggio e sgonfiano di notte, e il peso corporeo aumenta senza che l'alimentazione sia cambiata. È un tema che merita attenzione perché ha molte cause possibili, cardiache e non, e che abbiamo trattato nell'articolo dedicato alle gambe e caviglie gonfie.

Segnale Cosa lo rende sospetto per il cuore
Affanno da sforzo Compare per attività che prima non davano problemi
Fiato corto da sdraiato Migliora mettendosi seduti o alzando i cuscini
Risvegli notturni con fame d'aria Costringono ad alzarsi, dopo una o due ore di sonno
Gonfiore di caviglie e gambe Simmetrico, peggiora nel corso della giornata
Aumento di peso rapido Oltre 2 kg in tre giorni, senza cambi nella dieta
Stanchezza sproporzionata Presente anche a riposo, non migliora dormendo
Tosse secca persistente Peggiora la notte, senza febbre né raffreddore
Addome teso, senso di pienezza Compare dopo pochi bocconi, con fegato ingrossato
Battito irregolare o accelerato Accompagna l'affanno, non lo precede di poco
Necessità di urinare di notte Aumenta da quando è comparso l'affanno

Per misurare quanto la malattia limiti la vita reale i cardiologi usano le classi NYHA, dal nome della New York Heart Association. Nella classe I i sintomi non compaiono con l'attività ordinaria, nella classe II compaiono con sforzi normali come salire una rampa, nella classe III bastano sforzi lievi come vestirsi, nella classe IV sono presenti anche a riposo. È una scala che dice poco sulla gravità strutturale del cuore, ma moltissimo su come sta il paziente, e per questo si ricontrolla a ogni visita.

Quando preoccuparsi davvero

Un affanno che compare gradualmente nell'arco di mesi va indagato con calma, ma va indagato. Un affanno che peggiora nell'arco di giorni, accompagnato da aumento rapido del peso, gonfiore che risale verso le cosce e impossibilità di dormire da sdraiato, descrive uno scompenso in atto e richiede una valutazione rapida, non un appuntamento tra sei settimane.

Diventano un motivo per rivolgersi immediatamente al pronto soccorso il fiato che manca a riposo, il senso di soffocamento improvviso durante la notte, il dolore toracico prolungato, la comparsa di confusione o di labbra bluastre. Sono situazioni in cui il tempo conta, e in cui il tentativo di aspettare che passi da sé è la scelta peggiore.

Per tutto il resto, cioè per la grande maggioranza delle persone che leggono queste righe con un dubbio in testa, il percorso corretto è ordinato: si parte dai sintomi, si aggiungono i dati oggettivi, si arriva a un nome. E il nome, quando esiste, è quasi sempre una buona notizia rispetto all'incertezza che lo precedeva.

Come si arriva alla diagnosi

Non esiste un singolo esame che dica "insufficienza cardiaca". Esiste un percorso, e comincia sempre da una visita cardiologica con elettrocardiogramma, dove il medico ascolta il torace, valuta le giugulari, palpa il fegato, cerca i segni che precedono qualunque strumento.

L'esame chiave resta l'ecocardiogramma, l'ecografia del cuore. È l'unico che misura la frazione di eiezione, mostra lo spessore delle pareti, valuta il funzionamento delle valvole e stima le pressioni di riempimento. È indolore, non usa radiazioni e in venti minuti separa la forma sistolica da quella diastolica.

Accanto all'ecocardiogramma, il dosaggio del NT-proBNP è oggi lo strumento più efficiente per confermare o escludere l'origine cardiaca di un affanno. È un peptide che il cuore rilascia quando le sue pareti vengono stirate da pressioni troppo alte: se il valore è basso, l'insufficienza cardiaca diventa altamente improbabile e conviene cercare altrove. A CardioLab il test NT-proBNP si esegue su una goccia di sangue, con risposta nella stessa seduta, il che accorcia in modo sostanziale il tempo tra il dubbio e la risposta.

Completano il quadro, quando servono, l'Holter ECG per documentare aritmie che aggravano lo scompenso, il test da sforzo per misurare oggettivamente la capacità funzionale, e gli esami del sangue che indagano funzione renale, ferro, tiroide e assetto glicemico, perché l'insufficienza cardiaca raramente viaggia da sola.

Come si tratta l'insufficienza cardiaca cronica

Qui sta la differenza più importante rispetto a vent'anni fa. La terapia dell'insufficienza cardiaca a frazione di eiezione ridotta non si limita più a togliere i liquidi in eccesso, ma agisce sui meccanismi di compenso che, alla lunga, danneggiano il cuore invece di aiutarlo. È un'inversione di logica: si spegne l'iperattivazione dell'organismo, e il ventricolo, protetto, in molti casi torna parzialmente indietro. Il fenomeno ha un nome, si chiama rimodellamento inverso, e non è raro vedere frazioni di eiezione risalire di dieci o quindici punti dopo un anno di terapia ottimizzata.

Classe di trattamento Che cosa fa A chi si rivolge
ACE-inibitori o sartani Riducono il carico contro cui il cuore lavora Cardine della forma a FE ridotta
Sacubitril/valsartan Potenzia la protezione rispetto al solo ACE-inibitore Pazienti che restano sintomatici
Beta-bloccanti Rallentano il cuore e lo proteggono dall'adrenalina Introdotti a basso dosaggio, poi titolati
Antialdosteronici Riducono fibrosi e ritenzione di sodio FE ridotta, con controllo del potassio
Inibitori SGLT2 Alleggeriscono il cuore agendo sul rene Efficaci anche a FE preservata
Diuretici dell'ansa Eliminano i liquidi accumulati Controllano i sintomi congestizi
Defibrillatore impiantabile (ICD) Interrompe aritmie ventricolari potenzialmente fatali FE che resta molto bassa dopo terapia
Terapia di resincronizzazione Fa contrarre insieme le pareti del ventricolo Ritardi di conduzione specifici all'ECG

Gli ACE-inibitori e i beta-bloccanti restano i pilastri storici, e vanno introdotti con gradualità: un beta-bloccante iniziato a dose piena in un cuore congestionato peggiora i sintomi prima di migliorarli, ed è la ragione per cui il cardiologo titola le dosi visita dopo visita invece di prescrivere tutto insieme. Nella forma a FE preservata, invece, il trattamento punta a controllare l'ipertensione, il peso, il diabete e la fibrillazione atriale, mentre gli inibitori SGLT2 sono la prima classe che ha mostrato un beneficio consistente anche in questo scenario.

L'ICD, il defibrillatore impiantabile, entra in gioco solo in una minoranza di pazienti, quelli in cui la frazione di eiezione resta severamente depressa nonostante alcuni mesi di terapia ben condotta. Non cura l'insufficienza cardiaca: protegge da un'aritmia improvvisa mentre la terapia lavora.

Accanto ai farmaci resta un pilastro che nessuna molecola sostituisce: il movimento regolare, calibrato sulla classe funzionale e progressivo. L'idea che un cuore insufficiente debba essere risparmiato appartiene a una cardiologia che non esiste più, e chi si allena in modo adeguato migliora la capacità di sforzo e riduce i ricoveri. Ne abbiamo parlato in modo esteso a proposito di cuore e attività fisica. A questo si aggiungono il controllo quotidiano del peso, la moderazione del sale e la vaccinazione antinfluenzale, misure semplici che riducono in modo misurabile gli episodi di scompenso.

Si può vivere bene con un'insufficienza cardiaca?

Sì, e per molte persone la risposta è più solida di quanto la parola "insufficienza" lasci immaginare. Un paziente con frazione di eiezione ridotta, diagnosticato per tempo, con la terapia ottimizzata e i controlli regolari, ha oggi una prospettiva radicalmente diversa da quella di un paziente identico seguito negli anni Novanta. Molti tornano a camminare, a lavorare, a viaggiare.

Quello che fa la differenza non è la gravità iniziale del numero sul referto, ma la continuità del percorso: la terapia presa ogni giorno, il peso annotato al mattino, il controllo cardiologico che non salta perché quel mese ci si sentiva bene. L'insufficienza cardiaca è una condizione cronica, e come tutte le condizioni croniche premia chi la tiene sotto osservazione e punisce chi la dimentica.

Se stai leggendo perché un affanno che prima non c'era ha cominciato a farsi notare, o perché un referto ha portato in casa una parola nuova, la mossa utile è la stessa in entrambi i casi: trasformare il dubbio in un dato. Un cardiologo a Martina Franca o a Taranto ci mette poco a dirti se quel fiato corto riguarda il cuore. Ed è molto più facile convivere con una diagnosi conosciuta che con un sospetto che nessuno ha ancora guardato in faccia.

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Articolo revisionato da Dr. Vincenzo Cucci, Cardiologo interventista — CardioLab Martina Franca

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